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non cresci più, a tratti è normale
nel secondo anniversario della mia ennesima nuova vita ero immersa nello spettacolo dantesco della festa patronale di un paese qualsiasi della sierra di madrid. la solita orgia alcolica: animali torturati nelle corride della gente per bene, encierros per le strade, docce di vino sui miei vestiti strappati dalla folla a mezzanotte e carne di toro bollita per ore nella caldereta e offerta in piazza per cena dai notabili del paese, mentre l'orchestra suonava all'infinito i triti grandi successi del pop spagnolo. fingevo tra me e me d'essere l'antropologa dei poveri che pratica l'osservazione partecipante dei riti tribali ma questo non mi divertiva: sola, nel mezzo di una tempesta che aveva deciso di manifestarsi proprio quella notte sotto forma di lacrime a fior di pelle e domande senza risposta o con una risposta ovvia e inaccettabile. sospesa fra ragnatele di significati che non ero io ad aver tessuto, imprigionata nei non sensi di cui mi ero volentieri circondata, mi era chiaro finalmente che è vero che siamo vivi per usarci, che nulla ha un motivo reale, e che se in quel momento fossi sparita per sempre non sarebbe rimasta traccia di me in nessun luogo, in nessun cuore. l'affetto dimostrato senza pudore, le mani intrecciate con forza a delimitare il territorio e gli sguardi complici e attenti non sembravano che meri, contingenti sotterfugi per stare bene. pensavo che questo Paese si autoinduce felicità, che vede nel divertimento un dovere morale sano e necessario al mantenimento della società, che non a caso il consumo di cocaina qui è il più alto del mondo e il botellón assurge allo status di pratica culturale. e che anch'io lo stavo facendo, che tutti i mesi passati come sotto l'effetto del peyote, svolazzando spensierata in armonia con me stessa non erano stati che un'illusione, una bellissima e lunga parentesi di irrealtà estatica, una forma di ipnosi che mi ero praticata per placare la sete di benessere.
quella lunga notte in qualche modo era finita, colui che mi legge dentro aveva tentato di rassicurarmi, e il giorno dopo i soliti fuochi artificiali chiudevano la festa ed eliminavano ogni speranza d'estate. altri cambiamenti avrebbero preso protagonismo, altre tristezze e crisi e indecisioni avrebbero chiesto di essere superate. e adesso che l'aria è fredda e grigia, i brividi e il buio nascondono la bellezza di una stagione che ha i miei stessi colori caldi e che tardo ad apprezzare. continuano a molestare certi pensieri che arrivano all'improvviso come frecce avvelenate: li rimuovo, ne nascono altri. dovrei affrontarli una buona volta ma l'istinto è un altro, è la voglia di cercare una tana e cadere in letargo come gli orsi, in inverno.
bave di lumaca di IRI | 13:36 | commenti (46)
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